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Cucchi, primi avvisi di garanzia. Giovanardi: "era solo drogato"
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Fonte: Liberazione, 10 novembre 2009
10 novembre 2009

Totoindagati e sciacallaggio politico sulla pelle di Stefano Cucchi mentre i dubbi sulla gestione complessiva del suo arresto e della sua detenzione aumentano con l'emergere della documentazione sugli ultimi sei giorni di vita del 31enne romano.
Avevano ragione da vendere i pm della Diaz quando dicevano che indagare le forze dell'ordine è difficile quanto processare uno stupratore. Lì e qui c'è sempre chi tenta di criminalizzare la vittima. Quello che fa Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del consiglio, e che aveva già fatto contro Federico Aldrovandi. E ora per Stefano Cucchi a cui hanno spaccato la schiena e la faccia per pochi grammi di hashish in nome di una legge proibizionista firmata proprio da Giovanardi Carlo. E' grazie a lui che finiscono in carcere migliaia di consumatori, alcuni dei quali mai più tornati a casa grazie alle "premure" del sistema penitenziario nostrano. Da ministro del penultimo governo di destra, lo statista emiliano si contraddistinse per le frasi liquidatorie contro il diciottenne ferrarese ucciso in un violentissimo controllo di polizia. «Era un drogato, un eroinomane» Aldrovandi, «spacciatore abituale e devastato dalla droga» Stefano Cucchi che, invece, era incensurato. In entrambi i casi si tratta in gran parte di cose non vere ma Giovanardi insiste: «anoressico, tossicodipendente». E i drogati in generale: «larve e zombi». Giovanardi fa parte del club di quelli che "vogliono vivi quelli che sono morti e vogliono morti quelli che sono vivi". Le sue parole indignano buona parte del mondo politico e imbarazzano il governo. «Stupefacente Giovanardi», «disumano», «rozzo», «superficiale», «aggiacciante». L'opposizione, per una volta, si sbilancia. Per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, sono «parole vergognose, senza alcun rispetto per la vita, che servono a coprire le responsabilità delle forze dell'ordine». Il Pdl tenta di metterci una toppa: «Quello di Giovanardi è uno scivolone». Ma l'ex ministro (che rivelò - senza rendersene conto - il dettaglio fondamentale dei manganelli rotti addosso a Federico) si accoda alle gaffes di La Russa («Non so cosa sia successo ma sono sicuro che i carabinieri non c'entrano») e alle omissioni di Alfano che ha dimenticato di riferire al Senato particolari importantissimi di questa vicenda. Primo fra tutti il passaggio del diario infermieristico in cui, nero su bianco, è scritto che Stefano Cucchi era sì poco collaborativo e polemico e rifiutava perfino la reidratazione per endovena ma solo perché «fin dall'ingresso» nel repartino penitenziario del Pertini voleva parlare con qualcuno di cui potersi fidare: l'avvocato, l'assistente della comunità Ceis di Roma, suo cognato. Alfano, al contrario, ha esibito un foglio dell'amministrazione penitenziaria in cui il ragazzo avrebbe dichiarato che non voleva che i suoi sapessero nulla delle sue condizioni di salute. Il guardasigilli ha omesso, o forse qualcuno non gli ha fornito pezze d'appoggio, che nella cartella clinica il modulo che autorizza a fornire o negare quelle informazioni era in bianco, senza crocette e senza firma.
Parecchie di queste carte sono on line sul sito di Ristretti orizzonti e si sospettano aggiunte e manomissioni. Non stupisce che il totoindagati veda in testa quattro sanitari del Pertini, tre medici di turno e il loro dirigente (almeno secondo le fonti più ammanicate con procura e comandi). Alcuni di loro avrebbero già nominato un legale. E la Procura - secondo le stesse fonti - starebbe cercando di fare luce sul ruolo di alcuni detenuti. Come dire che, accanto ad alcuni nomi di secondini, sarebbero indagati anche dei colleghi di sventura di Cucchi. Mentre andiamo in stampa si fa insistente la voce che non ci sarebbero carabinieri indagati grazie alle testimonianze della giudice che negò i domiciliari a Cucchi perchè lo ritenne un senza fissa dimora e al legale d'ufficio. Entrambi non si sarebbero accorti della faccia segnata dalle botte di cui s'avvide suo padre l'ultima volta che incontrò il figlio. Poi un muro di gomma l'avrebbe separato per sempre da quel ragazzo che lottò fino all'ultimo respiro per comunicare con qualcuno di cui potersi fidare.
Così le indagini sembrano concentrarsi sul tempo che Stefano passò nei sotterranei della Città giudiziaria prima e dopo l'udienza di convalida quando si meravigliò - e protestò con i militari - perché scoprì che nessuno aveva avvertito l'avvocato che lui aveva chiesto la notte prima, al momento dell'arresto. I carabinieri ribattono che il legale viene assegnato in tribunale ma sanno bene che l'avvocato di fiducia può essere nominato al momento dell'arresto. Sono possibili perizie calligrafiche e perfino la riesumazione del corpo per nuovi esami. Un buco nell'acqua, invece, il tour di un senatore dipietrista nelle due caserme in cui transitò il ragazzo arrestato. I carabinieri della stazione Appia hanno ripetuto che Stefano era tranquillo, rimase per due-tre ore nella stanza del comandante e, siccome non ci sono celle di sicurezza, fu trasferito in quella di Tor Sapienza dove ha dormito da solo. Gli operatori del 118 lo videro già immobile a letto, sotto una coperta.