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ThyssenKrupp; iniziato il processo per operai morti
Oreste Pivetta
Fonte: L'Unità, 15 gennaio 2009
15 gennaio 2009

La fabbrica di corso Regina Margherita è un rottame, ormai, il giorno della prima udienza del processo per i morti della Thyssen. Sette bruciati tra fumi e olio rovente nella notte del 6 dicembre 2007. È anche il giorno del primo bilancio: in due settimane, nel 2009, i morti sul lavoro sono stati trentanove, più di cinque Thyssen insieme. La strage continua.

Una frase, lapidaria, era rieccheggiata, scritta sui manifesti, gridata o pronunciata con solennità: "Mai più". Invece è come prima e anche l'onesto sforzo di un governo (Prodi) e di un ministro (Damiano) di indurire le regole della prevenzione sono state cancellate dai loro successori. Perché Confindustria non gradiva che i suoi iscritti pagassero di più in multe per le loro inadempienze. I morti sul lavoro sono una tragedia evitabile: ad esempio, nei paesi del nord Europa, sono state quasi ridotte a zero. Però ci sono controllo stretto dei lavoratori e pronta risposta delle imprese.


Il processo-svolta


Antonio Boccuzzi lo si è visto tante volte in televisione: è un testimone, anzi un supertestimone come s'usa dire nei processi di richiamo. Quella notte era in fabbrica, in reparto, alla linea 5, ha visto tutto e si è salvato perché un muletto gli aveva fatto da scudo contro il getto infuocato. È diventato parlamentare del Pd, candidato per dimostrare quanto alla sinistra stiano a cuore i problemi del lavoro. Poi troppe volte ci si perde dietro le alchimie della politica.

Boccuzzi ha detto che il processo sarebbe stato un punto di svolta, uno spartiacque... Sarebbe possibile, davvero, anche se siamo lontanissimi dalla sentenza, considerando i primi passi. A giudizio ci sono sei dirigenti della multinazionale tedesca (citata anche come persona giuridica) a cominciare dall'ad Herald Espenhahn, che il giudice dell'udienza preliminare, Pasquale Gianfrotta, accogliendo le tesi dell'accusa, ha rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Per gli altri l'accusa è di omicidio colposo con colpa cosciente. Una sentenza storica, commentò Guariniello.

Una prima grande vittoria, commentarono i familiari delle vittime. Non è mai successo in un processo per un infortunio sul lavoro che si sia arrivati al rinvio a giudizio sia delle persone fisiche che delle persone giuridiche, riconoscendo in un caso anche l'omicidio volontario. Cioè: la fabbrica non era sicura, lo si sapeva, sarebbe stato necessario intervenire, spendere, ma non si volle spendere, tanto la fabbrica era in via di chiusura.

L'incidente e la morte furono la conseguenza di quel calcolo: non buttar via soldi in un impianto che sarebbe stato smantellato. I giudice Gianfrotta: Espenhahn doveva finire sotto processo per reati dolosi perché "cagionava la morte" dei sette operai "in quanto ometteva di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi... pur rappresentandosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti... accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali".


L'Apocalisse, quel giorno


Occorrerebbero tutte le parole di quanti, lì dentro, avevano continuato a lavorare: un inferno di grasso, di nero, di rumore, di tubi che perdono, di scintille che possono scatenare l'incendio. Quando l'incendio scoppiò, quella notte, Boccuzzi afferrò l'estintore: ma l'estintore era vuoto. Seguirono scene che non riusciamo a immaginare: morti che camminano e che implorano di sopravvivere. Così li vide (e lo ha raccontato) uno dei soccorritori.

Il processo dovrà subito risolvere alcune questioni procedurali: decidere se ammettere le telecamere, stabilire se vi saranno altre costituzioni di parte civile. Il processo sarà lungo, molti mesi e due udienze alla settimana. Risentiremo spesso i nomi di quei morti: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi. Rivedremo i familiari. Nella giuria, con i giudici togati siederanno anche sei giudici popolari, tre operai, una panettiera, due impiegati. La Stampa, il giornale di Torino, li ha intervistati. Hanno giurato di dar prova di equità. Chissà come reagirà la difesa. Tirar per le lunghe sarà probabilmente tra le strategie difensive. Nel tempo anche i dolori più forti scolorano. Il nostro è un paese che dimentica.