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Marco Revelli: «Il lavoro ha la lingua mozzata»
Intervista al sociologo. Il «racconto sociale» rischia di perdere di vista i suoi protagonisti: i lavoratori
Alessandro Antonelli
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)
15 aprile 2007

«Il lavoro non è camici bianchi, capitalismo della conoscenza, moltiplicazione delle opportunità. Il lavoro oggi è quella cosa terribile che ti costringe spesso ad accettare condizioni indecenti». Il sociologo Marco Revelli parla di un mondo che non è rappresentato, di un «racconto sociale» che rischia di perdere di vista i suoi protagonisti: i lavoratori.

Professore, si parla di morti bianche ma Liberazione ha deciso di chiamarli col loro nome: omicidi. Gli ultimi due ieri. Siamo in "guerra"?
Se guardiamo alla sostanza e alle dimensioni del problema, non c'è dubbio. Ma in guerra la morte in qualche modo è evoluta, sul lavoro resta un "incidente". Eppure buona parte di queste morti ha dei precisi responsabili, dei mandanti indiretti che sono coloro che mandano il lavoro allo sbaraglio, che impiegano senza badare alle minime condizioni di sicurezza, che aggrediscono chiunque voglia chiedere garanzie sul lavoro. Ma c'è un altro aspetto che mi inquieta.

Quale?
Queste sono morti invisibili, su cui non c'è racconto, visibilità sociale. Sono invisibili così come invisibile è diventato il lavoro nel sistema della comunicazione contemporanea. Le nostre società funzionano sulla base dell'immateriale e poi si scopre che ci sono dei corpi spezzati che cadono a terra, o dilaniati nelle fabbriche. Lo si scopre solo ogni tanto, quando la notizia riesce a bucare il silenzio.

Dice che i media non sono in grado di rappresentare correttamente questa emergenza sociale?
Si è strutturato un racconto sociale che ci presenta con i colori brillanti della fantasmagoria quello che in realtà è durezza e sofferenza. C'è un racconto sociale che ci dice che il lavoro postmoderno è libertà, è opportunità, possibilità di modificare le proprie condizioni. Questo racconto è la copertura ideologica a un sistema che ha smontato buona parte delle garanzie e che considera le garanzie residue come degli ostacoli. Bisogna contrastare questa vulgata pervasiva, questa distorsione ottica. Dentro quel racconto il lavoratore non c'è, perfino la sua morte viene digerita e rimossa col giornale del giorno dopo. Oggi il mondo del lavoro è senza parola, ha la lingua mozzata.

Però nelle ultime ore c'è stato un colpo d'ala: si stanno mobilitando le istituzioni. Cremaschi invoca lo sciopero generale...
Con la drammaticità di questi eventi si è aperta una crepa nella superficie patinata del sistema dell'informazione. Le istituzioni possono offrire capacità di ascolto, ma devono riprendere la parola i protagonisti reali della tragedia che quotidianamente si sviluppa, altrimenti questo sistema resetta ogni settimana il proprio video.

Gli incidenti sul lavoro trovano il loro brodo di coltura nella precarietà dilagante. Questo binomio non sempre passa. Perché?
Proprio perchè oggi il precariato non può essere raccontato nella sua tragicità. Che una donna precaria si veda preclusa la maternità non lo dice nemmeno il papa che dedica le encicliche alla vita e al culto della famiglia. Che un giovane precario non si possa ammalare è una realtà drammatica che non viene dichiarata. Quando il lavoro manuale aveva una centralità c'era una letteratura che ragionava sul lavoro, oggi tutto ciò manca. Oggi va in scena Vallettopoli.

Sul terreno politico, almeno, qualcosa sembra si stia muovendo. La convince il pacchetto sicurezza approvato dal governo?
Le misure annunciate hanno il merito di aver introdotto il principio della responsabilità del datore di lavoro, si istituisce un nesso di causa-effetto tra una morte sul lavoro e un ipotetico responsabile.

Una novità importante è anche l'insegnamento della sicurezza sul lavoro nelle scuole.
Ho sempre un po' di diffidenza verso i meccanismi pedagogico-istituzionali, la presa di coscienza della drammaticità di questi processi deve avvenire sul piano culturale e maturare dal basso. Prima la conoscenza avveniva sulla base di esperienze personali, di contatti umani. Cosa era il lavoro lo capivi quando stringevi la mano ad un operaio e ti accorgevi che gli mancavano le falangi.